| Incubo o violenza? L’importanza di analizzare un’immagine con una prospettiva di genere |
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| Sabato 29 Marzo 2014 17:55 |
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Hai visto il manifesto elettorale dei Comunisti uniti e La sinistra per San Miniato? Si, perché?
Come perché? Ma non ti sei sentita offesa dall’immagine?No… E’ una donna che urla risvegliandosi da un incubo, si, ha le spalle nude, si intravede il seno ma è un fumetto, non è una foto, e poi non si vedono altre parti del corpo… sul territorio sono stati affissi manifesti ben più offensivi per le donne!
Una donna che si sveglia da un incubo?!? Ma a me sembra la raffigurazione di uno stupro…una donna sdraiata, con la faccia spaventata, che grida, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati…guarda che secondo me è uno stupro… Ma no! Si sta risvegliando da un incubo, c’è scritto…”non prolungare l’incubo” in basso…
Scritta? Ma io passando per strada, in auto, ho visto soltanto l’immagine della donna terrorizzata, e ho pensato che fosse uno stupro. Sono stata male…Allora mi sbaglio, si, è vero, ora che leggo bene, è una donna che si risveglia da un incubo. Non so perché ma la prima impressione a distanza è stata tremenda…. Si chiama effetto-ambiguità. Le immagini, proprio per le loro caratteristiche e soprattutto se decontestualizzate, possono essere ambigue e lasciare spazio a diverse interpretazioni. La pubblicità commerciale “gioca” spesso su quest’ambiguità nella realizzazione di spot e campagne. A volte entra in azione il testo per chiarire l’ambiguità (o al contrario per farla emergere). Le immagini hanno una funzione attrattiva. Sono accattivanti, “catturano” l’attenzione di chi passa. Proprio per questo motivo, molto spesso sono usati i corpi delle donne per promuovere qualsiasi cosa. Alla base di tale scelta di marketing, c’è l’idea che tutte e persone sono attratte dal corpo-oggetto femminile. Gli uomini per una questione, e le donne per un’altra. Non si pensa che esistano anche donne che non prendono a modello di femminilità quei corpi apparentemente perfetti, che non hanno l’obiettivo di essere ammirate e che da quella mercificazione si sentono offese e svalorizzate. Non si considera neppure che possano esistere uomini che non rispettano lo stereotipo animalesco attribuito loro. Ma torniamo al manifesto elettorale che è stato affisso in questi giorni a San Miniato. Il manifesto scelto da Comunisti uniti e La sinistra per San Miniato paragona l’amministrazione politica uscente ad un incubo, e per rappresentare l’angoscia di una possibile sua rielezione, usa il fumetto di una donna a letto che urla. In questa immagine il testo ha una funzione esplicativa fondamentale. Nel manifesto, non c’è la foto di una donna, ma un fumetto, e del corpo femminile non si vedono che le spalle e l’inizio del seno. Non si può parlare di una vera e propria mercificazione del corpo delle donne, anche se la scelta di usare l’immagine di una donna a spalle scoperte e a bocca spalancata al posto di quella di un uomo, risponde allo stereotipo di immagine femminile attrattiva e accattivante. In questo caso, però, la questione è forse un’altra: l’ambiguità che l’immagine crea, soprattutto se il testo che l’accompagna, non viene letto (circostanza che, in considerazione della posizione del testo e del fatto che sono manifesti stradali, si può verificare). Proviamo a togliere il testo: a cosa ci fa pensare questa immagine? E’ l’immagine di una donna sdraiata, terrorizzata che urla. E può evocare un atto di violenza o uno stupro. In verità l’immagine ci mostra una donna terrorizzata, non si vede l’oggetto/soggetto della sua paura, non si vede chi o cosa la sta terrorizzando. Ma una delle prime associazioni che possono essere fatte vedendo questo fumetto, alla luce dell’attuale dibattito sociale e mediatico sul femminicidio, ma soprattutto delle esperienze di vita delle donne e delle paure femminili più diffuse, è quella terrore/violenza, donna-che-urla/donna-vittima-di-violenza-maschile. A facilitare, poi, l’evocazione dello stupro concorrono la posizione, il luogo e la seminudità della donna. Certo, questa è una chiave di lettura, che a molti può sembrare discutibile. Ma si tratta di un’interpretazione basata su un’analisi di genere. Non è una questione di dignità femminile e neppure di cattivo gusto, e neppure incapacità di comprendere l’ironia o la comunicazione politica. Si tratta di valutare con un’altra prospettiva, immagini, messaggi e contenuti che in un primo momento, possono sembrare neutri e non stereotipati, ma che invece hanno effetti discriminanti su uno o sull’altro genere. Si tratta di prendere un’immagine e valutare i messaggi, primari e secondari, che veicola con uno sguardo che considera anche le differenze di genere. Ma in Italia, non sono soltanto aziende a non valutare campagne e pubblicità da un punto di vista di genere. Anche i partiti politici (e volte le amministrazioni pubbliche) promuovono immagini o messaggi stereotipati e sessisti. Non è la prima volta, infatti, che un manifesto politico fa discutere. Qualche anno fa ci fu un acceso dibattito in merito ai manifesti di promozione della Festa dell’Unità a Roma (immagine 2). Era l’estate del 2011 e mentre nella versione maschile il ‘cambiamento di vento’ era rappresentato da una cravatta che svolazzava, nella versione femminile lo stesso slogan era raffigurato da una gonna che si alzava, da un paio di giovani gambe, e da delle mani che trattenevano la gonna impedendo di mostrare ben altro. Furono molte le associazioni e i movimenti di donne che criticarono aspramente il manifesto. Anche intorno alla campagna “Mi iscrivo a Rifondazione…perché sono una donna di classe” (immagine 3) si aprì un aspro confronto tra chi difendeva l’ironia e la creatività del manifesto e chi sottolineava lo stereotipo femminile a cui faceva riferimento (donna= tacco a spillo rosso = eleganza), e l’abbassamento dei contenuti politici rivolti all’elettorato femminile, a contenuti estetici. Meno discussi ma più duramente attaccati, i manifesti elettorali usati dalla Lega Nord, dal Pdl e dal Partito Radicale. Forse stupiscono meno le scelte sessiste fatte da partiti che hanno incentrato la loro pratica politica su un linguaggio maschile e aggressivo, che sono stati guidati da leader imputati per favoreggiamento della prostituzione minorile o da promotori deicosiddetti bunga-bunga o da partiti che hanno candidato attrici pornografiche. Stupiscono meno ma hanno gravi conseguenze lo stesso. E’ il caso della campagna del candidato alle regionali in Puglia nel 2010, Fabrizio D’addario, che, omonimo della concittadina Patrizia D’addario, diventata nota per gli scandali sessuali che avevano coinvolto l’allora Presidente del Consiglio, Berlusconi, ha provato a sfruttare questa triste fama, giocando sul suo cognome e piazzando cosce e sederi di donne (=escort) nei suoi manifesti (immagine 4). Per non parlare del manifesto elettorale di Milly D’abbraccio per il Partito Socialista per le elezioni comunali di Roma, anno 2008 (immagine 5). Certam ente, se confrontato a questi ultimi manifesti, quello usato nell’attuale campagna elettorale da Comunisti uniti e La sinistra per San Miniato, non sembra che offenda o mercifichi il corpo delle donne. Siamo sicure che l’intento non era questo, e chi ha pensato la campagna voleva raffigurare con quell’immagine il risveglio da un incubo e non certo un atto di violenza. Quello che non hanno fatto, però, coloro che hanno progettato questo manifesto, è stata analizzarne il contenuto da una prospettiva di genere. Non c’è stata quindi una preventiva valutazione della possibilità che non vedendo la scritta riportata sotto, quell’immagine potesse evocare uno stupro, e non è stato preso in considerazione che probabilemente per evitare l’ennesima stereotipizzazione, sarebbe stato meglio non usare un’immagine di una donna. Forse non è grave vedere questi manifesti per le strade della nostra città, forse non va a rafforzare quella cultura sessista che origina la violenza contro le donne e le discriminazioni di genere, forse non è niente di importante (ma in questo caso è da chiedersi allora qual è l’efficacia e l’utilità di affiggere manifesti elettorali), ma come Associazione di donne che si impegnano nel contrasto della violenza di genere e nella diffusione di una cultura che valorizzi le differenze e promuova la parità dei diritti, ci piacerebbe che nella nostra città, dove esiste una commissione tecnica di valutazione della pubblicità lesiva e dove appena 9 mesi fa, ha aperto il primo centro antiviolenza del territorio del Valdarno Inferiore, i partiti che si candidano ad amministrare le nostre istituzioni mostrino una maggiore sensibilità e sviluppino una capacità di analizzare il reale (e il loro operato) anche da una prospettiva di genere. Detto questo, la nostra Associazione, che ovviamente non prende posizione nella campagna elettorale, si augura che chiunque vincerà le elezioni riconosca che il contrasto e la prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni nei confronti delle donne, richiede un cambiamento culturale, che passa anche per le scelte di immagini, messaggi e campagne di comunicazione, e comprenda che proprio le istituzioni devono essere protagoniste attive in questo processo di cambiamento. |